La definitiva e completa storia della musica popolare brasiliana

SAUDADE BOSSA NOVA

MUSICHE, CONTAMINAZIONE E RITMI DEL BRASILE

Logisma Editore, Firenze 2017

 

Prefazione di Chico Buarque de Hollanda

Quando ho saputo che Gildo era un giornalista napoletano la mia mente è subito corsa all'indietro nel tempo, a mio padre, al suo strano accento partenopeo perché imitava il compianto Roberto Murolo nel cantare Anema e core: aveva comperato il disco a Roma, in uno dei nostri soggiorni italiani, quando veniva invitato dall'università come professore di studi brasiliani. La stessa sorte è toccata anche a me l'estate del '96 proprio nella Napoli di Gildo, a pochi passi da casa sua, in Piazza del Plebiscito, a cantare la stessa canzone col mio ormai compianto amico Lucio Dalla. Conoscevo Lucio dalla fine del '69. In quegli anni io e Toquinho eravamo in Italia al seguito di Josephine Baker, aprivamo i suoi concerti. Ma lei era l'attrazione, nessuno ci conosceva anche se Mina aveva già cantato in italiano il mio brano A banda. Anche per Lucio si trattava dell'inizio della carriera; adesso, invece, lui è molto popolare in Sudamerica, malgrado in Brasile, la musica italiana, ultimamente, ha attecchito poco. Negli anni Sessanta, invece, era diverso. Fidenco, Endrigo, Paoli da noi erano delle celebrità. E se vado indietro nei ricordi, alla mia infanzia, posso dire che le canzoni napoletane si ascoltavano dovunque, anche nei quartieri più popolari, probabilmente per l'enorme numero di immigrati italiani.

Avevo 8 anni nel febbraio del '53, quando sono sbarcato in Italia, a Roma, con mia madre e tanti fratelli. Quando ci ritornai nel gennaio del '69, ritrovai tutto lì, uguale ai miei ricordi, solo un poco più piccolo. Fin dalla prima mattina camminavo per le strade della mia infanzia, sicuro di poter rivedere gli stessi personaggi di tanti anni prima, magari piccolini anche loro. Mi sentivo però come il miope di Italo Calvino, incontrando volti conosciuti o salutando gente che non mi rispondeva. Umiliato, ritornavo infine in albergo, dove mia moglie, incinta, parlava al telefono con Rio de Janeiro. Le notizie dal Brasile a causa della dittatura non erano meravigliose, così il mio soggiorno all'estero -previsto per tre settimane- si prolungava per una durata incerta. Roma diventò, a quel punto, la mia nuova residenza; ma la sentivo più dura, come se sospettasse che vivevo in lei pensando ad un'altra. Era vero, ma allo stesso tempo ero deciso a non pensare più alla mia città. Avevo inciso un disco in italiano quasi senza accento, ero presente in radio e in tv, cantai a Piazza Navona, per un documentario di Gianni Minà, ma Roma non mi capiva. Inventai un samba in dialetto romanesco, ma Roma non ci cascò. Le dissi allora che a Rio ero indesiderato, aggiungendo che non potevo vivere così, per aria, senza una città. Ero ridicolo, volevo disperatamente che Roma mi accettasse. E così le offrii la mia primogenita, Silvia. Vinícius de Moraes fece registrare da un'infermiera il primo pianto della bimba. E a sua madre, Marietta, mia moglie, Giuseppe Ungaretti diceva 'Bella, bella!'. Con il consenso di Roma ho vissuto un tempo che, altrove, sarebbe stato probabilmente invivibile.

Sicuramente l'incontro con Gildo De Stefano, per questo libro sulla MPB, mi ha fatto rivivere quel tempo. Oggi la musica brasiliana in Italia ha un buon seguito: un pubblico forse non molto numeroso ma fedelissimo. Personalmente, ho cominciato a scrivere musica dopo aver ascoltato una canzone di João Gilberto, o di Antonio Carlos Jobim: ma per noi, figli della bossa nova, non poteva essere altrimenti! La mia generazione è stata trascinata in blocco dalla musica. È fra chi suona che si possono trovare tutti i potenziali registi e pittori brasiliani! Gli anni '60-'70 avrebbero potuto dirottarci su forme artistiche diverse e invece eccoci qui a parlare tutti con gli stessi strumenti. Non so perché. Sarà stato un caso, ma è andata così. Ed ora è come se ci fosse stato un brusco salto fra tre generazioni. Quelli che sono giovani adesso sono attratti dalla cultura visuale, e in ogni caso più eterogenea. I più anziani di noi invece vengono dal cinema: ed è una generazione, la loro, con cui non riusciamo proprio a dialogare, sono i meno musicali che conosca.

Dopo il golpe militare del '64, la musica era diventata una forma di resistenza, uno strumento per far passare messaggi politici. Non era scritto da nessuna parte che un giorno sarei tornato a scrivere, ma qualcosa mi spinge a farlo. La durissima crisi economica del Paese, purtroppo, sta penalizzando anche la musica: oggi si incidono meno dischi e l'ingresso sul mercato per gli autori esordienti è diventato più difficile che ai miei tempi. Ma esiste un problema generale che riguarda tutta la cultura brasiliana, ancora marcata dalle conseguenze del golpe militare. La mia generazione aveva vissuto un momento molto effervescente e di grande ottimismo, a cavallo tra gli anni '50 e '60 . Erano i tempi della costruzione di Brasilia, del Cinema Nuovo di Glauber Rocha, della bossa nova. Poi la repressione e la censura avevano colpito duramente le università, la produzione e la circolazione di idee e cultura. Era rimasto tutto fermo per decenni e decenni.

La mia generazione non compone più la quantità di musica di una volta, non si fa più un disco l'anno, e le novità escono ogni tre, quattro o cinque anni. Se devo pensare alla mia carriera, mi rendo conto che almeno un terzo delle mie composizioni sono canzoni che non avrei scritto se non ci fosse stato lo stimolo del teatro o del cinema. Ciò mi ha spinto spesso a comporre con punti di vista diversi, per esempio canzoni al femminile. Spinto da questo libro di Gildo De Stefano sono ritornato al mio primo amore, la letteratura, se così si può dire per una semplice prefazione. Ma fra letteratura e canzone c'è differenza, sono mezzi espressivi diversi. La musica ha un aspetto di cronaca, di immediatezza. La letteratura, invece, ti permette un distacco più grande.