Postfazione di Gianni Minà

Il Brasile è l'unico paese al mondo ad avere avuto come ministro della cultura un cantautore, Gilberto Gil. La sua nomina era stato un omaggio di Ignacio Lula da Silva, (un presidente che è stato operaio metallurgico), a quella musica popolare che rappresenta, come in nessun altro paese, l'anima più profonda e vera della nazione, la più popolosa e estesa dell'America latina.

Il samba, la bossa nova, provengono dalle viscere e dal cuore di un'umanità che spesso ha trovato nei ritmi arrivati a Bahia insieme ai galeoni portoghesi che portavano gli schiavi africani, il lenimento alle ingiustizie, allo sfruttamento e alla povertà che subiva e subisce. E non a caso Gilberto Gil è un nero meticcio bahiano. Inoltre Lula da Silva è stato il primo presidente nella storia del Brasile che viene dagli strati più proletari del paese, il presidente che, all'inizio del terzo millennio, ha dovuto mettere come obiettivo prioritario del suo mandato la lotta alla fame, malgrado il Brasile sia il sesto paese produttore di alimenti nel mondo e l'ottavo o il nono come potenza economica.

I versi dei cantautori, i cantori popolari, eredi della tradizione dei vari Pixinguinha, Clemantina de Jesus, (voci esplicite della quotidianità e dei bisogni della gente), hanno raccontato, sottolineato, condiviso, negli ultimi cinquant'anni, come nessun'altra arte, il dolore, l'allegria, la capacità di resistenza della maggior parte del Brasile che ora si propone come vento rinnovatore nella politica e nella cultura internazionale.

Disse Gilberto Gil il giorno del suo insediamento a Brasilia: "Il presidente Lula desidera che io accetti la carica di ministro della Cultura. Ha scelto un uomo del popolo come lui, un uomo coinvolto nel sogno generazionale di riuscire a trasformare il Paese, un negro meticcio impegnato nei movimenti della sua gente, un artista che è nato dall'humus più generoso della nostra cultura popolare e che, come il suo popolo, non ha mai rinunciato all'avventura, al fascino e alla sfida del nuovo".

E il nuovo, tanto nell'incrociare i ritmi della tradizione afro-portoghese con quelli afro-americani del nord, quanto nella scelta delle parole da trasformare in versi spesso sincopati, è stato sempre la prerogativa della musica brasiliana affermatasi nel mondo già negli anni '40 in particolare con le canzoni di Ary Barroso e poi capace di conquistare il prestigio delle sale di concerti della musica classica, con la stessa rapidità del jazz.

Per questo trovo encomiabile questo tentativo di Gildo De Stefano di proporre ai fruitori di musica del nostro paese, spesso distratti da insulse mode imposte dalle multinazionali del disco, una piccola storia dei ritmi del popolo brasiliano che non solo chiarisca le idee ma aiuti a far capire il grande valore di un movimento che insieme al blues nord-americano e alle sonorità afro-cubane rappresenta la base di buona parte della musica che si consuma attualmente e ha scandito la comunicazione del nostro tempo.

Io penso che il momento fondamentale di questa avventura della musica brasiliana sia stato quello dell'incontro di Vinicius de Moraes con Antonio Carlos Jobim e successivamente con Baden Powell e João Gilberto. Il grande poeta, decidendo, al contrario dell'abitudine europea, di lasciare la sua torre d'avorio erudita per "sporcarsi le mani" con i ritmi della quotidianità della gente, compiva un atto rivoluzionario che sarebbe stato sublimato dal genio di un musicista come Jobim. Una creatività, uno "swing" latino che avrebbe folgorato anche sofisticati interpreti del jazz come Ella Fitzgerald o Frank Sinatra.

Il malizioso ancheggiare della Garota de Ipanema, sottolineato dalle cesure poetiche e ritmiche di Vinicius e Tomzinho, avrebbe fatto storia e inaugurato un'epoca.

I due amici avevano già precorso i tempi con il mitico Orfeu da Conceição, poi diventato, Orfeo negro, vero manifesto cinematografico della nascita di un popolo. Un film diretto da Marcel Camus, vincitore della Palma d'oro a Cannes e dell'Oscar come miglior film straniero nel 1959. In quell'opera teatrale poi diventata un film culto, c'era la famosa A felicidade. Era stata composta dai due autori al telefono, perché il poeta era bloccato a Montevideo dal suo lavoro ufficiale, quello di diplomatico. Fu proprio la difformità nel loro modo di proporsi, quasi stridente, invece, con la raffinatezza delle loro composizioni pur tanto popolari a decretare l'affermazione della musica brasiliana come cultura di tutto il mondo.

Sfoglio spesso a casa un libro che raccoglie gli incontri umani e artistici di Vinicius de Moraes e segnala la formidabile intuizione e generosità di Vinicius al quale, non a caso, Chico Buarque (forse il suo erede più diretto) e Toquinho dedicarono una canzone che diceva "poeta, poetino, compagno, sei un cattivo esempio per gente come noi". Sfogliando questo libro ricco dei suoi versi più famosi al servizio dei ritmi incontenibili del suo paese, ho toccato con mano che Vinicius non ha lavorato solo con i vecchi Pixinguinha, Adoniram Barbosa o Ary Barroso (l'autore della mitica Brasil) ma ha tenuto a battesimo buona parte di coloro che hanno reso storia la musica brasiliana moderna, da Tom Jobim a Baden Powell, da Carlos Lyra a João Gilberto, da Edu Lobo a Chico Buarque de Hollanda, fino alla lunga stagione con Toquinho col quale, come artista sul palco, girò le università brasiliane e il mondo intero, ambasciatore di una cultura che, per merito suo e dei suoi partners, sconfisse i pregiudizi e entrò nelle sale da concerto.

Lo conobbi nel 1969 quando, a causa della dittatura militare in Brasile, si era auto-esiliato a Roma e frequentava il ristorante "Il Moro", un locale dietro il teatro Quirino dove, con la sua quarta moglie, incontrava Giuseppe Ungaretti che aveva tradotto i suoi poemi in italiano così come lui aveva fatto in portoghese per i versi del nostro più conosciuto poeta del '900. C'era anche Chico Buarque con la giovane moglie Marietta che aspettava la prima figlia, rifugiato in Italia dopo le minacce della dittatura e che sbarcava il lunario suonando come numero d'apertura nella tournée, organizzata da Sergio Bernardini, di Josephine Baker. In quel gruppo di brasiliani dipendenti dai versi e dai racconti di Vinicius c'era anche un chitarrista virtuoso, appena ventenne, coi capelli lunghi e una bandana sulla fronte. Era Toquinho che più avanti avrebbe condiviso la stagione finale della creatività del grande poeta, quella di Canto de oxalufà, di Samba de Orly, di Tarde em Itapuá, quella della collaborazione con Sergio Endrigo (perfino per un disco per bambini, L'arca di Noè) e dell'impegnativo lavoro con Ornella Vanoni che avrebbe regalato al pubblico l'inimitabile La voglia la pazzia, l'innocenza e l'allegria. Ornella era vocalmente impostata in modo classico, la dedizione e l'affetto di Vinicius e Toquinho le avrebbero regalato la capacità di scandire in modo perfetto i "ritardi" della musica brasiliana, la famosa "balança" che ha reso inimitabili interpreti come Elise Regina, Clara Nuñes, Maria Medalha, Maria Bethãnia, Gal Costa.

Devo a Vinicius che mi invitò nella sua casetta di Bahia, via vai di poeti, belle donne, musicisti, scrittori, la conoscenza di un vero precursore del grande folclore musicale brasiliano come Dorival Caymmi, e l'amicizia con Jorge Amado e sua moglie Zelia che la profondità e la leggerezza del Brasile ce l'hanno fatta conoscere come nessuno. In quella primavera del 1971, in cui mi sedevo insieme a Vinicius con i piedi a bagno nel mare di Itapuá, è nata la mia passione per un continente sempre capace di sorprendermi e nel quale, non a caso, proprio in questo momento di grande confusione, sta spirando un vento di rinnovamento e di novità capace di assicurare, smentendo Fukuyama, che la storia non è finita.

C'è un'ultima persona alla quale, nel finale di questo omaggio al Brasile che ho conosciuto, devo dire un grazie particolare: è Franco Fontana, promoter che negli anni '70, contro qualunque tendenza del mercato, ebbe il coraggio di far venire a cantare in Italia i grandi poeti della musica brasiliana. Franco riuniva in tournée memorabili personalità come Tom Jobim, Vinicius de Moraes, Toquinho e Miucha Buarque de Hollanda, accendendo un fuoco di interesse e di coinvolgimento che ancora non si è spento. Cinquant'anni dopo, Gilberto Gil e Toquinho gremiscono ancora l'Auditorium di Roma, uno dopo l'altro, e Caetano Veloso riempie piazza del Popolo in un giorno d'estate, utilizzando solo la voce e la sua chitarra.

Le imposizioni del mercato non sono riuscite nell'intento di oscurare la forza di una musica, quella brasiliana, più forte di qualunque condizionamento mediatico.

Ha scritto Vinicius nella sua famosa A felicidade, composta con Tom Jobin, "la felicità è come la piuma/che il vento porta per l'aria/vola lieve/ma ha una vita breve./Bisogna che il vento non cada".

E il vento del samba non è caduto.